Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/269

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pensieri politici e morali 263


sta niente o meno, e perde quanto aveva acquistato. Ella non si sa diminuire a gradi, non romper in pezzi. Dove altri non la ritrova intiera, l’abbandona affatto. Un particolare che l’abbia si contenti d’averla. Un principe, se può, non la cimenti. È meglio morire con opinione grande che avventurarla; lasciare nel mondo dubbio quello che sarebbe seguito, che mettersi in pericolo di quello che seguirá. Volontariamente non bisogna farne prova; necessitato, avventurarsi con essa, e, in occasione di perderla, perdersi ( A., 231-2).

XII

La prudenza e la temeritá.

Ad un attentato irragionevole e ardito non è eguale un prudente: o non si conseguirá, o per mano d’un disperato feroce. La prudenza ha la misura delle sue azioni; la temeritá non è misurabile. Chi l’adoprasse alle volte, vedrebbe stravaganze e riuscire imprese non pensate. Ha egli dalla sua il vantaggio d’accommettere1 all’improvviso, d’assaltare per sorpresa, atterrire, imbarazzare, confondere, obbligando l’intelletto o a perdersi o a pigliare subito risoluzione sopra cosa giammai discorsa. Fa impeto da parte inaccessibile e la trova senza difesa; conciossiaché ognuno sta armato contro la prudenza e discoperto alla temeritá. Per timore di questa i savi virtuosi fanno il ponte d’oro a chi fugge; combattenti, dánno luogo per donde fuggire. Si pecca, egli è vero, per temeritá, ma talvolta anche per troppa prudenza. Ponsi in mano della ragione l’uomo savio, del Cielo il temerario; e perché le cose di rado hanno il fine che altri giudica, meno erra sovente quello che non ha discorso che quello che ha giudicato. L’intelletto è dentro di noi, ma incarcerato nel corpo, imbarazzato fra’ sensi: la natura è di fuori sciolta, libera, non errante. Definisce il filosofo la temeritá per un fatto senza ragione. S’ingannò forse. La infelice è

  1. [Aggredire, investire: v. sopra, nota al § III.]