Pagina:Praga - Memorie del presbiterio.djvu/89

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— A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi raccomando.

— Vi pare? ho promesso e vi basti.

— Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si diverte ad andare attorno a ritrattare le montagne, sicuro; un signore di Milano. Di Milano, non è vero?

Il lungo dottore si inchinò col miglior garbo del mondo.

Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e sconvolta di Mansueta.

La poveretta aveva finto di obbedire all’ordine pietoso del farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti, — e veniva ad avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza del medico e che era pronto a riceverlo.

Si salì tosto, i due della scienza in capo fila, io, Mansueta e Baccio dietro, sulla punta dei piedi e rattenendo il respiro.

Dal fondo della camera dove mi arrestai per non disturbare la visita, l’aspetto del buon curato mi apparve assai più calmo e riposato che non fosse l’ultima volta che lo avevo veduto. Egli era sul letto, meno coricato che seduto, appoggiando il dorso su tre ampi cuscini. colle braccia distese lungo il corpo, fuori della coltre, arrivandogli questa, stretta e distesa, alla metà del petto soltanto. Cosa non comune per un vecchio, nessuna benda o berretta gli