Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/103

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Che se dall’umil polvere,
dove obbliato io sono,
155piú il capitan che il principe
canto e Tacciar che il trono;
se incito i forti a sperdere
degli amorrei le tende,
chi la mia cetra offende
160quanto è minor di me!
Si, ti cantai, magnanimo
d’Italia mia soldato,
caro al Signor, di splendidi
dolori incoronato!
165Lá ti cantai sul veneto
mar, che tu, re, guardavi;
e, premio al canto, i savi
le carceri m’aprir.
Mastri in foggiar repubbliche,
170non certo a voi m’atterro.
Amo il furor di Spartaco;
odio de’Gracchi il ferro:
piango al destin di Cesare,
qual di leon caduto;
175 e del pugnai di Bruto
m’è orrendo il sovvenir.
Ribalenò sul memore
Tebro quell’arme ancora...
Ma che nefanda tenebra
180 dopo la bieca aurora!
Piú Samuel non vigila
di Solima alle porte;
e un bruno vel di morte
copre di Dio l’altar.