Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/57

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Leonida rispose. E il re per novi
messi fa dir: — Della mia Persia i dardi
son tanti ornai che oscureran la luce
695del sol, pugnando. — Pugneremo all’ombra —
Leonida proruppe. E sulle labbra
gli rifiori lo scherno. Infellonito
per le audaci parole, ecco il tiranno
rompe soste, invia messi, ordina veglie,
700duci aduna, arde fochi, arma elefanti;
file interza, ale appunta, argana carri,
spiana vie, move il campo, incita, incalza,
sta per domar gli ultimi gioghi e tutta
versar l’Asia su noi. Né il campo nostro
705né il navilio era pronto alla difesa.
Ancor due giorni, e calenati schiavi
noi saremmo di Serse. I capitani,
dell’ardir di Leonida crucciati,
lacrimavan di sdegno. Alta paura
710flagellava ogni cor. Solo un portento
l’empie fortune scongiurar potea.
E il soprauman Leonida a compirlo
destinaron gli dèi.
— Greci — egli disse, —
se il cavallo di Serse avrá varcato
715lá quelle chiuse, la vittoria è sua.
Uopo, a forza di petti, è contrastarle,
finché arrivino i nostri. Io sono un solo:
chi vuol di voi meco morir? — Trecento
levar le spade, fremebondi, in segno
720d’assentimento.
Ei gli raccolse a notte
ne’ suoi palagi a banchettar. Di rose
si cinser tutti il fiero crin.
— Fratelli!
— l’ospite disse — coroniam le tazze
l’ultima volta. Cenerem domani