Pagina:Pulci - Morgante maggiore I.pdf/312

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canto decimoquarto. 293

58 E ’l marin tordo, ’l bottaccio, e ’l sassello,
     La merla nera e la merla acquaiuola,
     Poi la tordella, e ’l frusone, e ’l fanello,
     E il lusignuol c’ha sì dolce la gola;
     Il zigolo, il bravieri, e ’l montanello,
     Avelia, e capitorza, e sepaiuola,
     Pincione, e niteragno, e pettirosso,
     Il raperugiol che mai intender posso.

59 Quivi era calandra, e ’l calderino
     Il monaco, che è tutto rosso e nero,
     E ’l calenzuol dorato, e il lucherino
     E l’ortolano; e ’l beccafico vero,
     Insino al re delle siepe piccino,
     La cingallegra, il luì, il capinero,
     Pispola, codirosso, e codilungo,
     E uno uccel che suol beccare il fungo.

60 Rondoni e balestrucci eran per l’aria;
     Poi in altra parte si vedea soletta
     La passera penserosa e solitaria,
     Che sol con seco starsi si diletta,
     A tutte l’altre nature contraria:
     Evvi il cuculio con sua malizietta,
     Che mette l’uova sue drento alla buca
     Della sua balia, che è detta curuca.

61 Il pipistrello faceva stran volo;
     E degli uccei notturni sbandeggiati
     L’allocco, il barbagianni, e l’assiuolo,
     Civetta, e gufo, e gli altri sventurati:
     Non ne mancava al padiglione un solo,
     Di que’ che fur nell’arca numerati:
     Ultimamente v’è il cameleone,
     Bench’alcun dice vi fussi il grifone.

62 Vedeasi in mezzo rilucente e bella
     Nella sua sedia Giunon coronata,
     E Deiopeia12 e l’altre intorno a quella,
     E molto dalle ninfe era onorata.
     Eol parea che tentassi procella,
     E che picchiassi la porta serrata,
     E Noto ed Aquilon già fuori usciéno,
     Ed Orion d’ogni tempesta pieno.