Pagina:Pulci - Morgante maggiore I.pdf/370

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canto decimosettimo. 351

9 Era il Soldano uom molto scozzonato,2
     E ’ntese ben che lo manda alla mazza,
     E fra sè disse: Che uomo scelerato!
     Ecco ben traditor di fine razza!.
     Rispose: Io lodo quel c’hai consigliato:
     Ogn’altra cosa sare’ forse pazza.
     E la sua figlia confortò ch’andassi
     Al suo Rinaldo, e questo domandassi.

10 Ella rispose al Soldan, ch’era presta,
     E quando più potè si facea bella:
     Missesi indosso una leggiadra vesta,
     Ove fiammeggia d’oro alcuna stella
     Nel campo azurro, molto ben contesta
     Di seta ricca, e poi montava in sella
     Con due sergenti, e non volle armadura,
     Ed a Rinaldo andò fuor delle mura.

11 Quando Rinaldo Antea vede venire,
     Sente nel cuor di subito un riprezzo
     D’amor, che gliel facea per forza aprire:
     Ecco il Sol, disse fra le stelle in mezzo.
     Giunse la donna che ’l facea morire.
     Vide che s’era a seder posto al rezzo
     Appiè d’un moro gelso in sulla strada,
     In sul pome appoggiato della spada.

12 E disse: Mille salute a Rinaldo:
     Qual fato ingiusto o qual fortuna vuole,
     Ch’a piè soletto cammini pel caldo?
     Quando Rinaldo sentì le parole,
     Non potea il cor nel petto stargli saldo,
     E disse: Ben ne venga il mio bel sole;
     Qual grazia qui ti manda a confortarmi?
     Ma dimmi, dov’hai tu lasciate l’armi?

13 Rispose la fanciulla: Ah, puro e soro,
     A quel che ci bisogna ogni arme è buona:
     Ch’io doverrei per uscir di martoro,
     Far come Tisbe mia di Babillona,
     Poi che noi siamo appiè del gelso moro,
     Della cui fede ancor la fama suona;
     E forse del mio amor costante e degno
     In qualche modo il ciel farebbe segno.