Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/122

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto ventesimoprimo. 119

62 Diceva l’un coll’altro suo compagno:
     Questo sarebbe troppo a’ paladini;
     Qui è poca civanza,5 e men guadagno;
     Costor non son per certo Saracini;
     E’ sarà buon mostrar loro il calcagno,
     E ritornarci ne’ nostri confini:
     E fecion come e’ disson, tosto e netto,
     Però che tolson sU presto il sacchetto.

63 Astolfo si tenea vituperato,
     Massimamente perchè e’ v’era Antea;
     E ’l me’ ch’e’ può del cader s’è scusato:
     Questo destrier ch’io cavalco, dicea,
     Da poco in qua è restio diventato:
     Mentre la lancia correr mi credea,
     Mi dibattè, perchè e’ giucò di schiena;
     Io mi lasciai cader giù per la pena.

64 Diceva Antea: Che ti bisogna scusa?
     Non ho io bene ogni cosa veduto?
     E se tu fussi pur cascato, e’ s’usa.
     Guicciardo, poi che molto ebbe taciuto,
     Non potè più tener la bocca chiusa,
     E disse: Mai più, Astolfo, se’ caduto:
     Questo caval si vorrebbe impiccare,
     Che mille volte t’ha fatto cascare.

65 Malagigi tagliava le parole;
     Astolfo sopra il suo caval rimonta:
     Cavalcono alla luna tanto e al sole,
     Che capitorno al castel di Creonta:
     Malgigi certo incanto, come e’ suole,
     Fece all’entrar, chè l’arte aveva pronta;
     E innanzi a tutti gli altri fa la scorta,
     E dove e’ giugne, s’apriva ogni porta.

66 Giunsono in piazza, e l’abbracciate fanno:
     Non conosceva Aldinghier Malagigi:
     E gli dicioen come trovato l’hanno,
     E che volevon menarlo a Parigi;
     Poi di Creonta tutto ciò che sanno:
     Malgigi guarda i suoi brutti vestigi,
     E lei pur lui, e par piena d’angosce,
     Che l’un diavolo ben l’altro conosce.