Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/142

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canto ventesimoprimo. 139

162 Greco, guardando Filiberta in volto,
     Subitamente conosciuta ha quella,
     E grida: Il regno mio, che mi fu tolto,
     Vedi che più nol tieni, o meschinella,
     Nè Chiaristante l’ha tenuto molto;
     Andato son con la mia navicella
     Per molti mar, per lunghi e gravi errori,
     Da poi ch’io son della mia patria fuori.

163 E la ragione avuto ha poi pur loco:
     Questo già non credette il tuo marito,
     Di dimorar nel mio regno sì poco;
     Chè si pensò, quando e’ l’ebbe rapito,
     Signoreggiar la Terra, e l’Aria e ’l Fuoco
     Con sua superbia, e del mare ogni lito,
     Tanto che sai ch’adorar si facea,
     E ’l simulacro fe nella moschea.

164 E’ si pensò di far come fe Belo,
     E’ si pensò per sempre essere Iddeo,
     E’ si pensò pigliar su Giove in cielo,
     E’ si pensò aver fatto Prometeo;16
     E’ si pensò poter far caldo e gielo,
     E’ si pensò tor fama a Capaneo,
     E’ si pensò di vincer la fortuna,
     E far tremare il Sol non che la Luna.

165 La spada di lassù vedi che taglia,
     Ma sempre a luogo e tempo e con misura;
     Ogni cosa di sopra si ragguaglia;
     Ecco ch’io piansi della mia sciagura,
     Ed or fortuna il tuo legno travaglia;
     Dunque cosa non c’è che sia sicura;
     Però non si vorria mai nulla a torto,
     Massimamente in questo viver corto.

166 La giustizia di Dio non può fallire,
     Dove tu vai ti verrà sempre appresso;
     Non l’hai potuto, misera, fuggire:
     Dove è il tuo scettro e la corona adesso?
     Rinaldo stupefatto sta a udire,
     E maraviglia n’avea seco stesso;
     E Filiberta non risponde a Greco,
     Ma del peccato antico piangea seco.