Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/168

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canto ventesimosecondo. 165

114 Tutta la corte collo ’mperadore
     Incontro va, come Orlando fu visto;
     Parea, veggendo la furia e ’l romore,
     Quel dì ch’a Jerosolima andò Cristo,
     Ch’ognun correva a vederlo a furore:
     Ah popol così presto ingrato e tristo!
     Così correva il dì questo gridando:
     Non dubitate omai, che torna Orlando!

115 Orlando al modo usato umilemente
     Appie’ di Carlo Man s’è inginocchiato,
     E fatte l’abbracciate; e finalmente
     Nel gran palazzo il popol tutto è andato:
     Lo ’mperadore a Aldinghier pose mente,
     E domandò chi fussi, e donde è nato.
     Orlando disse come di Gherardo
     Era figliuolo, e quanto e’ sia gagliardo.

116 Poi domandò quel ch’era di Rinaldo:
     Orlando gli dicea com’egli era ito,
     Come colui ch’a questa impresa è caldo,
     Per gente, e presto sarà comparito.
     Poi domandava del suo Gan ribaldo;
     Disse Orlando: Dinanzi m’è sparito;
     A Montalban disse oggi voleva ire,
     Per far di là Grifonetto partire.

117 Carlo rispose: Questo fia ben fatto:
     Forse Grifon fa pur contro a sua voglia.
     Astolfo rispondeva al primo tratto:
     O Carlo, tu mi fai morir di doglia,
     A creder Ganellon si sia ritratto
     Da’ tradimenti, e non sia quel ch’e’ soglia;
     Fa che tu creda a Gano insino a morte,
     E scaccia pure Orlando di tua corte.

118 Vuoi ch’io ti dica quel tristo del vero?
     Io tel dirò, ma egli è un ladroncello,
     E fassi malvolere al forestiero,
     Al terrazzano, all’amico, al fratello;
     Tu non se’ uom da regger, Carlo, impero,
     E fai, come si dice, l’asinello,
     Che sempre par che la coda conosche19
     Quando e’ non l’ha, che sel mangion le mosche.