Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/184

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canto ventesimosecondo. 181

194 E parvegli dover, ch’era malvagio,
     Operar col Pagano un altro unguento;
     E con parole cortese al palagio
     Lo ’nvita, e l’Arpalista fu contento,
     Dicendo che parlar gli vuole ad agio;
     E cominciò con lui ragionamento:
     Chi tu ti sia, Pagano, o di qual banda,
     Non vo’ cercare, o se Carlo ti manda.

195 Ma perchè mi pari uom discreto e forte,
     Mi fiderò di te liberamente:
     Benchè tu dica che cerchi la morte,
     So che cerchi altro, e fai come prudente;
     Carlo sbandito m’ha della sua corte,
     Ed è qui il campo, che vedi al presente:
     Fu sempre ingratitudin ne’ signori,
     E ’nvidia, come sai, tra’ servidori.

196 S’io non fussi io, e’ non terrebbe il regno
     Carlo, e perduto ho infin ciò ch’i’ gli ho fatto:
     Come e’ non m’è riuscito un disegno,
     Chiamato traditor son tristo e matto:
     Tanto che per invidia m’ha in disdegno,
     Chè si dà ben di gran colpi di piatto:
     Per troppo amor ch’i’ho portato a quello
     A torto sono scacciato e rubello.

197 Egli ha con seco certi susurroni,
     Che penson contro a me sempre lacciuoli:
     Voglionsi tutti per loro i bocconi:
     Questi sono i fidei, questi i figliuoli,
     Certi buffon fraschier, certi ignatoni28
     Dipinti in mille logge e in mille orciuoli;
     Questi governan Carlo imperadore,
     Io sono il ladro, il tristo, e ’l traditore.

198 Hannol condotto qua come un bambino,
     Ed è venuto drieto a’ lor consigli,
     Come al pane insalato il pecorino:
     Vero è ch’un savio ha sol fra molti figli,
     Questo è Orlando degno paladino;
     Ma poco il suo parer par che si pigli,
     E come me lo discaccia ogni giorno,
     Tanto che sempre va pel mondo attorno.