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canto ventesimosecondo. 195

10. Parole assai ec. Molte parole e pochi fatti.

16. compagna. Compagnia, tolto l'i come usavasi dagli antichi; e il fece anche Dante quando disse in persona d’Ulisse:

Ma misi me per l’alto mare aperto
Sol con un legno, e con quella campagna
Picciola dalla qual non fui deserto.
                              Inf. XXVI.

25. ser Benlesai. Nome finto per ingiuria e per ischerzo.

35. alla stagliata. Cioè non per la strada battuta e usata, ma per quella che l’occhio giudica più diritta o più breve, quasi tagliando la via; il che dicesi anche andare alla ricisa.

37. Ser Tuttesalle. Nome del genere stesso dell’altro Benlesai.

40. apparorno alla ragna. Lo stesso che dettero nella ragna, cioè rimaser colti e ingannati.

42. pettinare. Mangiar presto e assai.

44. profenda ec. Quella quantità di biada che dàssi in una volta ai cavalli e altri animali. Qui è detto metaforicamente.

49. afferrante. Cavallo, sonípes.

60. Zaccheo ec. Quel personaggio della Bibbia che essendo di piccola statura, salì sopra un albero per veder passare Gesù Cristo.

77. E tal c’ha ’l fico ec. Cioè si mette a rischi e pericoli per acquistare una cosa che è facile ad ottenere.

89. i calappi. Trappole o lacci insidiosi. Crede il Caninio che questa voce calappio derivi dall’araba gelub.

100 Un occhio ec. Cioè stiamo attenti, e teniam l’occhio a ogni cosa.

101. billi billi. Modo di dire per chiamare e accarezzar le galline, o per metafora moine, carezze, blanditiæ. — imburiassato. Ammaestrato, instrutto, o come direbbesi messo su.

102. Pentacol, candarie ec. È il pentacolo un pezzetto di pietra, di metallo, di carta, o simili, dove sono effigiati caratteri e figure, il quale appeso al collo, o applicato ad altre parti del corpo, era creduto preservativo contro mille incantesimi, ed altre simili cose. I Greci lo chiamavano περίαμμα, o περίαπτον, da περιάπτω, appunto perchè si appendeva al collo, o si legava ad alcuna altra parte del corpo. Le candarie, i sigilli e lo altre cose qui rammentate sono tutti arnesi pertenenti alla stregoneria.

118. Che sempre par ec. Per esprimere che il bene si conosce quando s’è perduto, si suol dire: «l’asino non conosce la coda se non quando e’ non l’ha» Ed è an modo di dire non dissimile da quel del Boccaccio «del senno di poi n’è pien le fosse » che i Latini dicevano sero sapiunt Phryges, e i Greci παθών καὶ νήπιος φρονεῖ.

126. Che faceva le mummie ec. Far la mummia si dice di quell’ora nascondersi e ora apparire alquanto, che si fa o per ischerzo o per timore.

134. lasagne. Pasta di farina di grano sottilmente tirata, e secca, che cotta poi nell’acqua si adopera per cibo. Viene forse dal greco λάγανον, che significava placenta e similia et oleo recenti.

135. Orazio Al ponte ec. Orazio Coclite.

143. E giusto il poter lor. Leggi

E giusta ec.; cioè per quanto era in loro potere.

151. Che tanto mai ec. Circa i funebri onori resi ad Ettore. Vedi Iliade, XXIV.

153. quel d’Arpina. Cioè d’Arpino, patria di Cicerone.

163 come il becco ec. Mettere il becco in molle è modo di dire che significa bere, e anche ciarlare di cose che non ci appartengono. — fece di prete lo scotto. Cioè mangiò senza pagare.

181. non iscaffa. Scaffare è propriamente termine del giuoco di sbaraglio e di sbaraglino, e vale farlo di caffo pari, contrario di caffare. Significa però anche, siccome qui, traboccare, cadere, e simili.

189. Come l’anime nostre ec. Era opinion degli antichi, originata dallo superstizioni del paganesimo, che i sogni fatti in sul mattino fosser veri-