Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/226

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto ventesimoquarto. 223

69 Così va questo mondo, Ulivier mio:
     Or la vendetta d’un tanto signore
     Lecito e giusto par ch’io la facc’io:
     Per la giustizia e pel debito amore
     Combatto, per la Fede, e pel mio Dio,
     Per cercar fama e riportare onore;
     Poi mi ricordo di Semiramisse,
     Di cui tante gran cose il mondo scrisse.

70 Or lasciam questo. Che è del nostro Orlando?
     Ch’io non credo, Ulivier, veder quell’ora
     Ch’io sia con seco un poco ragionando,
     Tanto ancor sua prodezza m’innamora:
     Rinaldo per lo Egitto tapinando,
     Sento, sen va, che mi dispiace ancora;
     Chè s’io l’avessi ritrovato in Francia,
     Forse che più non gittavo la lancia;

71 Come quel dì che tu n’avesti sdegno,
     E tanto spiacque al figliuol di Milone:
     E s’io potessi acquistar questo regno,
     Io lo farò, chè così vuol ragione:
     Ma sempre Carlo col suo titol degno
     Istarà in sedia con reputazione;
     Però che questa alfin non è mia opra,
     Ma così dato, Ulivieri, è di sopra.

72 Prima che noi giù combattiamo in terra,
     È fatta su nel Ciel questa battaglia,
     E già fra lor terminata la guerra,
     Dove tutto in un tempo si ragguaglia,
     Che il futuro e il preterito non erra:
     E ’ncrescemi, Ulivier, se Dio mi vaglia,
     D’aver fatto a cammin pure assai danno;
     Ma tu sai ben come le guerre fanno.

73 Io ho di tanti paesi e sì strani
     Gente, ch’Annibal non ne menò tante,
     Quando e’ venne alla guerra de’ Romani;
     Qui son linguaggi di tutto Levante,
     Sanza intender l’un l’altro, come i cani;
     Ma se ci fussi, Ulivieri, or Morgante,
     Noi proverremo questi compagnoni
     Con quel battaglio e con questi bastoni.