Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/27

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24 il morgante maggiore.

114 Disse Morgante: Tu sia il ben venuto:
     Ecco ch’io arò pure un fiaschetto allato,
     Che da due giorni in qua non ho bevuto;
     E se con meco sarai accompagnato,
     Io ti farò a cammin quel ch’è dovuto.
     Dimmi più oltre: io non t’ho domandato,
     Se se’ Cristiano, o se se’ Saracino,
     O se tu credi in Cristo o in Appollino.

115 Rispose allor Margutte: A dirtel tosto,
     Io non credo più al nero ch’all’azzurro,
     Ma nel cappone, o lesso, o vuogli arrosto,
     E credo alcuna volta anche nel burro;
     Nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
     E molto più nell’aspro che il mangurro;
     Ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
     E credo che sia salvo chi gli crede.

116 E credo nella torta e nel tortello,
     L’uno è la madre, e l’altro è il suo figliuolo;
     Il vero paternostro è il fegatello,
     E posson esser tre, e due, ed un solo,
     E diriva dal fegato almen quello;
     E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,
     Se Macometto il mosto vieta e biasima,
     Credo che sia il sogno o la fantasima.

117 Ed Appollin debb'esser il farnetico,
     E Trivigante forse la tregenda;
     La fede è fatta, come fa il solletico:
     Per discrezion mi credo che tu intenda:
     Or tu potresti dir ch’io fussi eretico:
     Acciò che invan parola non ci spenda,
     Vedrai che la mia schiatta non traligna,
     E ch’io non son terren da porvi vigna.11

118 Questa fede è come l’uom se l’arreca:
     Vuoi tu veder che fede sia la mia?
     Che nato son d’una monaca greca,
     E d’un papasso in Bursia là in Turchia;
     E nel principio sonar la ribeca12
     Mi dilettai, perch’avea fantasia
     Cantar di Troia, e d’Ettore e d’Achille,
     Non una volta già, ma mille e mille.