Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/272

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canto ventesimoquinto. 269

114 Carlo si studia, che par che trafeli;
     Non dice come a Giuda: ad quid venisti?
     Chè Ganellon gli ha portati i Vangeli,
     E son proprio di man de’ Vangelisti;
     E non pensava a tanti amari feli,
     Insin che gli fia detto un dirupisti:
     Morto è Orlando e la sua gente tutta;
     E la tua Francia bella omai distrutta.

115 Io avevo pensato abbreviare
     La istoria, e non sapevo che Rinaldo
     In Roncisvalle potrebbe arrivare;
     Un angel poi da ciel m’ha mostro Arnaldo,
     Che certo un autor degno mi pare,
     E dice: Aspetta, Luigi, sta saldo,
     Chè fia forse Rinaldo a tempo giunto.
     Sì ch’io dirò come egli scrive appunto.

116 E so che andar diritto mi bisogna,
     Ch’io non ci mescolassi una bugia,
     Chè questa non è istoria da menzogna;
     Chè, come io esco un passo della via,
     Chi gracchia, chi riprende e chi rampogna,
     Ognun poi mi riesce la pazzia;
     Tanto che eletto ho solitaria vita,
     Chè la turba di questi è infinita.

117 La mia accademia un tempo, o mia ginnasia,
     È stata volentier ne’ miei boschetti,
     E puossi ben veder l’Affrica e l’Asia;
     Vengon le ninfe con lor canestretti,
     E portanmi o narciso o colocasia,
     E così fuggo mille urban dispetti:
     Sì ch’io non torno a’ vostri ariopaghi,
     Gente pur sempre di mal dicer vaghi.

118 Poi che Malgigi vide Carlo Mano,
     Che come un bufol drieto al suo disegno
     Si lasciava guidar pel naso a Gano,
     Si partì da Parigi per isdegno,
     E fece l’arte usata a Montalbano,
     Per saper dove, in qual paese e regno,
     Si ritrova Rinaldo e’ suo’ fratelli,
     Chè lungo tempo non sapea di quelli.