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canto ventesimoquinto. 293

234 Basta che sol la vostra Fede è certa,
     E la Vergine è in Ciel glorificata;
     Ma nota che la porta è sempre aperta,
     E insino a quel gran dì non fia serrata,
     E chi farà col cor giusta l’offerta,
     Sarà questa olocausta accettata:
     Chè molto piace al Ciel la obbedienzia,
     E timore, osservanzia e reverenzia.

235 Mentre lor ceremonie e devozione
     Con timore osservorono i Romani,
     Benchè Marte adorassino e Junone,
     E Giuppiter, e gli altri idoli vani,
     Piaceva al Ciel questa religione,
     Che discerne le bestie dagli umani;
     Tanto che sempre alcun tempo innalzorno,
     E così pel contrario rovinorno.

236 Dico così, che quella gente crede,
     Adorando i pianeti, adorar bene;
     E la giustizia sai così concede
     Al buon remunerazio, al tristo pene;
     Sì che non debbe disperar merzede
     Chi rettamente la sua legge tiene:
     La mente è quella che vi salva e danna,
     Se la troppa ignoranzia non v’inganna.

237 Nota ch’egli è certa ignoranzia ottusa,
     O crassa, o pigra, accidiosa e trista,
     Che, la porta al veder tenendo chiusa,
     Ricevette invan l’anima e la vista:
     Però questa nel Ciel non truova scusa:
     Noluit intelligere, il Salmista
     Dice d’alcun tanto ignorante e folle,
     Che, per bene operar, saper non volle.

238 Tanto è, chi serverà ben la sua legge,
     Potrebbe ancora aver redenzione,
     Come de’ padri del Limbo si legge;
     E che nulla non fe’ sanza cagione
     Quel primo Padre ch’ogni cosa regge:
     Sì che il mondo non fe’ sanza persone,
     Dove tu vedi andar laggiù le stelle,
     Pianeti, segni e tante cose belle.