Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/324

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto ventesimosesto 321

34 Ed oltra questo, e’ nol concede il loco;
     Perchè da noi a Carlo è tanto spazio,
     Che il suo soccorso gioverebbe poco;
     Io vo’ che Ganellon si facci sazio:
     Ma innanzi che partiti siam da gioco,
     Noi faren di costor sì fatto strazio,
     Ch’esemplo sarà al mondo quanto e’ dura,
     Sì ch’io non ho della morte paura.

35 La morte è da temere, o la partita
     Quando l’anima e ’l corpo muore insieme;
     Ma se da cosa finita a infinita
     Si va qui in ciel fra tante diademe,
     Questo è cambiar la vita a miglior vita:
     Ora abbiate in Gesù perfetta speme,
     E vita e morte rimettete in quello
     Che salvò da’ leoni già Daniello.

36 Un filosofo antico, detto Tale,
     La prima cosa ringraziava Iddio
     Che fatto l’aveva uom, non animale;
     Però, se così fusti e voi ed io,
     Consegue or che l’effetto sia mortale;
     Dunque è proprio dell’uomo, al parer mio,
     Amar quanto conviensi il breve mondo,
     Ma sopra tutto il suo Signor giocondo.

37 Ricordatevi ognun di que’ buon Deci,
     C’hanno sol per la patria fatto tanto,
     E molti altri Roman famosi e Greci,
     Per lasciar poi nel mondo un piccol vanto;
     Del qual fo poco conto, e sempre feci,
     Respetto a conseguir quel regno santo,
     Dove è Colui che sparse il giusto sangue,
     Per liberarci dal mortifero angue.

38 Non crediate d’Orazio o Curzio sia
     Felice il nome come il vostro certo,
     Perchè quello a salute al mondo fia;
     Ma l’anima non ha qui premio o merto:
     Mentre ch’io parlo con voi, tuttavia
     Mi par tutto veder già il cielo aperto,
     E gli angeli apparar sù con gran fretta
     Il loco che perdè la ingrata setta.