Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/326

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canto ventesimosesto 323

44 Io v’ho pur, cavalieri, a tutti detto,
     Ognun di questo ammaestrato sia,
     Che come Orlando si muove in effetto,
     E’ non sia ignun che mi tagli la via;
     Io gli trarrò per forza il cuor del petto:
     Ognun si scosti, la vendetta è mia:
     Chè Ferraù, s’io non ne sono errato,
     Degno fu certo d’esser vendicato.

45 E’ si sentiva i più stran naccheroni,
     E tante busne e corni alla moresca,
     Che rimbombava per tutti i valloni,
     E par che degli abissi quel suono esca;
     Tanti pennacchi, tanti stran pennoni,
     Tante divise, la più nuova tresca
     Era cosa a veder per certo oscura,
     E fatto arebbe a Alessandro paura.

46 L’anitrir de’ cavalli, e il mormorare
     De’ Pagan che venivan minacciando,
     Ch’ognun voleva i Cristian trangugiare,
     E sopra tutto Falserone Orlando;
     Parea quando più forte freme il mare
     Scilla e Cariddi, co’ mostri abbaiando;
     E tutta l’aria di polvere è piena
     Come si dice del mar della rena.

47 Quivi eran Zingani, Arbi e Soriani,
     Dello Egitto, e dell’India, e d’Etiopia,
     E sopra tutto di molti marrani,
     Che non avevon fede ignuna propia,
     Di Barberia, d’altri luoghi lontani:
     Ed Alcuin, che questa istoria copia,
     Dice che gente di Guascogna v’era:
     Pensa che ciurma è questa prima schiera!

48 Ed avean pur le più strane armadure
     E’ più stran cappellacci quelle genti;
     Certe pellacce sopra il dosso dure
     Di pesci, coccodrilli e di serpenti,
     E mazzafrusti, e grave accette, e scure;
     E molti i colpi commettono a’ venti,
     Con dardi, ed archi, e spuntoni, e stambecchi,
     E catapulte che cavon gli stecchi.