Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/344

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canto ventesimosesto 341

134 Or chi vedesse il conte Anselmo il giorno,
     Cose vedrebbe inaudite e nuove;
     Egli avea sempre assai Pagan d’intorno,
     Ma poi in un tratto gli mandava altrove:
     E Sansonetto si faceva adorno
     Per la battaglia di mirabil prove;
     E Terigi anche venía punzecchiando,
     Che si pascea de’ rilievi11 d’Orlando.

135 Ulivier con la spada suona spesso
     Qualche bacino, o qualche cemmamella,
     E quanti Saracin vengono appresso,
     Non portavan più oltre le cervella,
     Chè tutte saltan fuor del capo fesso;
     Tanto ch’a molti avanza briglie e sella,
     Ed ognun fugge la furia di Vienna,
     Che con le spade quel dì non accenna.

136 Il valoroso duca d’Inghilterra
     Fece quel dì quel che in molti anni ferno
     Già molti cavalier mastri di guerra:
     Oh, quanti Saracin manda all’inferno!
     Le strette schiere a sua posta disserra,
     Non si fe’ mai di bestie tanto scherno:
     E Berlinghier ritrovò Finadusto
     Con quel bastone all’usato pur giusto.

137 E benchè molto con lui sia pitetto,
     Si ricordò dell’eccellenzia antica,
     E non potendo ferirlo all’elmetto,
     Perchè e’ gli aggiugne allo scudo a fatica,
     Alzò la spada insino al gorzaretto:
     E se tu vuo', lettor, che il ver si dica,
     Vedrai che non ci lievo e non ci abborro,
     E’ levò il capo che parve d’un porro.

138 Era il sangue alto insino alle ginocchia,
     Che correa già per la valle meschina,
     E Ricciardetto col brando non crocchia,
     E molte volte a traverso sciorina;
     E spicca i capi come una pannocchia
     Di panìco o di miglio o di saggina,
     E non poteva a 'gnun modo star saldo.
     Pensa quel dì quel che facea Rinaldo.