Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/382

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canto ventesimosettimo. 379

167 Disse il Danese: O quante volte, Carlo,
     Tel dissi pure, e Salamone, e Namo,
     Ch’a Siragozza non dovei mandarlo,
     Che si vedea quasi scoperto l’amo;
     Ed Ulivier quando io vidi baciarlo,
     Io dissi: O Giuda, noi ti conosciamo;
     O infamia del mondo e di natura,
     Tu sarai in fin la nostra sepultura.

168 Ma tu non fusti da noi consigliato,
     Come si conveniva in questo caso,
     Perchè tu eri in quel tempo ostinato.
     Intanto Gan si truova sanza naso,18
     E come volpe da’ cani è straziato,
     E ’l capo e ’l ciglio pareva già raso;
     E chi gli pela la barba a furore,
     Crucifiggi, gridando, il traditore!

169 Ma finalmente consigliato fu,
     Che incarcerato in una torre sia,
     Dove si va per molti errori in giù,
     E come un laberinto par che stia;
     E perchè tempo non è da star più,
     Carlo partì con la sua baronia,
     E serra l’uscio, ricevuto il danno:
     E così inverso Roncisvalle vanno.

170 E ben cognobbe che Marsilione
     Era venuto colle squadre armate,
     Come aveva ordinato Ganellone,
     E la sua gente è in gran calamitate;
     Che Orlando non sonò sanza cagione;
     Però che in caso di necessitate,
     Quando il suon troppo non fussi discosto,
     Avea con Carlo quel segno composto.

171 Avea già il Sol mezzo passato il giorno
     E cominciava a calare al Murrocco,
     Quando Carlo sentì sonare il corno,
     E dipartissi dopo al terzo tocco;
     Chè così Namo e gli altri consigliorno,
     E tutti i lor pensieri furno a un brocco;19
     E perchè il tempo parea scarso forse,
     Carlo al suo Cristo all’usato ricorse.