Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/384

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canto ventesimosettimo. 381

177 E cavalcando d’uno in altro monte,
     Ecco Terigi doloroso e mesto,
     Che ne venía diguazzando la fronte;
     Ma come Carlo ha cognosciuto questo,
     Subito disse: O mio famoso Conte,
     La sua loquela mi fa manifesto,
     Ch’annunziar quel vien trista novella;
     Perchè e’ pareva un uom di carta in sella.

178 Giunto Terigi, a Carlo inginocchiossi,
     E disse: O signor mio, tarde venisti;
     Sappi ch’Orlando è morto, e più non puossi,
     E tutti i tuoi baron miseri e tristi.
     Carlo sentendol, con le man graffiossi.
     Disse Terigi: Se tu avessi visti
     Gli angeli, i quali il portorno su in cielo,
     Non che graffiar, non torceresti un pelo.

179 Sappi ch’e’ chiese la morte lui stesso,
     E nel morir tanta contrizione,
     Che dal ciel Gabriel, quel santo messo,
     Venne, e rispose alla sua orazione;
     Ed ogni cosa sentivam dappresso,
     Chè tutti stavam quivi ginocchione:
     Pensi ciascun quanto parea soave
     Veder quell’angel che per noi disse Ave.

180 Rinaldo era venuto infin d’Egitto,
     E Ricciardetto, e fatto hanno oggi cose,
     Che il re Marsilio si fuggì sconfitto:
     Tu vedrai le tue gente dolorose,
     Per Roncisvalle, ognun nel sangue fitto,
     Chè son tutte le rive sanguinose:
     Non è niun ch’a veder non lacrimassi;
     E piangon l’erbe ancor, le piante, e’ sassi.

181 Io vidi Astolfo morto e Sansonetto,
     Che ti sare’ paruto oggi gagliardo,
     Tanto che Orlando per questo dispetto
     Cacciò per terra a furia ogni stendardo;
     E Berlinghier fu morto il poveretto,
     Anselmo tuo e ’l valente Egibardo,
     Gualtier d’Amulione, Avolio, Avino;
     Non v’è, di tre, campato un Angiolino.