Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/386

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canto ventesimosettimo. 383

187 Ma non credetti un re di tanta fama,
     Di tanto scettro, e monarchia, e regno,
     Sendo antico proverbio, amar chi ama,
     Oscurassi così la gloria e ’l segno:
     O Ganellon, ch’ordinasti la trama
     E conducesti il mio nipote degno
     In Roncisvalle a aspettar la sua morte,
     Maladetto sia il dì ch’io t’ebbi in corte.

188 Che faren noi, o Salamone, o Namo?
     O mia fortuna, ove mi guidi, o meni?
     In Roncisvalle, ove meschini andiamo
     Come ciechi smarriti sanza freni.
     O morte vieni a me, vien ch’i’ ti chiamo,
     Chè tu se’ più crudel, se tu non vieni;
     Ma se tu vieni a mia vita dogliosa,
     Tu sarai detta ancor per me pietosa.

189 Namo diceva, e Salamone ancora:
     Maraviglia non è se Orlando è morto:
     Con questi patti della terra fora
     Trasse Dio Adamo, e non gli è fatto torto:
     Tanto un legno il gran mar solca per prora,
     Che a qualche scoglio si conduce o porto:
     Questa sentenzia è data pria che in fasce,
     Che morte è il fin d’ogni cosa che nasce.

190 Veggiam se in questo tempo, che ci resta,
     Qualche cosa ancor far siamo obbligati,
     La qual sia proprio all’uom da Dio richiesta,
     Chè per bene operar tutti siam nati,
     E d’ogni savio la sentenzia è questa:
     Tu sai ch’io ci ho quattro figliuol lasciati,
     Facciam ch’e’ morti non restino al vento,
     Però che ’l ciel non ne sare’ contento.

191 Disse il Danese: In Roncisvalle andremo,
     La prima cosa a ritrovare Orlando,
     E tutti i morti poi seppelliremo,
     Sicchè alle fiere non restino in bando,
     Poi con Rinaldo ci consiglieremo.
     E così Carlo venien consolando,
     E cavalcavan via d’un buon gualoppo,
     Quando e’ trovorno altro cattivo intoppo.