Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/390

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canto ventesimosettimo. 387

207 Carlo tremar si sentì tutto quanto
     Per maraviglia e per affezione,
     Ed a fatica la strinse col guanto:
     Orlando si rimase ginocchione,
     L’anima si tornò nel regno santo:
     Carlo cognobbe la sua salvazione;
     Che, se non fussi questo sol conforto,
     Dice Turpin che certo e’ sare’ morto.

208 Quivi era ognuno in terra inginocchiato,
     E tremava d’orrore e di paura,
     Quando vidono Orlando in piè rizzato,
     Come avvien d’ogni cosa oltre a natura:
     Però ch’egli era in parte ancora armato,
     E molto fiero nella guardatura;
     Ma perchè poi ridendo inginocchiossi
     Dinanzi a Carlo, ognun rassicurossi.

209 Poi abbracciâr molto pietosamente
     Carlo e tutti Rinaldo e Ricciardetto,
     E ragionorno pur succintamente
     Della battaglia e d’ogni loro effetto;
     Ed ordinossi per la morta gente
     Dove fussi il sepulcro e il lor ricetto:
     Ma Carlo un corpo era colmo d’angosce,
     Chè tanta gente non si ricognosce.

210 E disse: O Signor mio, fammi ancor degno,
     Fra tante grazie che tu mi concedi,
     Ch’io ricognosca in qualche modo o segno
     La gente mia che quaggiù morta vedi;
     Ch’io non so dove io sia, nè donde io vegno;
     E, come in Giusaffà, le mane e’ piedi
     E l’altre membra insieme accozza, e mostra
     Per carità qual sia la gente nostra.

211 E poi che furon nella valle entrati,
     Trovoron tutti i cristian c’hanno insieme
     I membri appresso, e i volti al ciel levati,
     Perchè questo era d’Adamo il buon seme.
     O Dio, quanti miracoli hai mostrati,
     Quanto è felice chi in te pon sua speme!
     E tutti i corpi di que’ Saracini
     Dispersi son co’ volti a terra chini.