Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/42

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto decimottavo 39

189 Questa sarà la nostra cena appunto,
     E’ si consuma di dar nella rete;
     Però t’appiatta, tanto che sia giunto,
     Che tragga a noi la fame e a sè la sete.
     Il liocorno dalla voglia è punto,
     E non sapea le trappole segrete;
     Venne alla fonte, e ’l corno vi metteva,
     E stato un poco, a suo modo beeva.

190 Morgante, che dallato era nascoso,
     Arrandellò il battaglio ch’egli ha in mano;
     Dettegli un colpo tanto grazioso,
     Che cadde stramazzato a mano a mano,
     E non battè poi più senso nè poso;
     E fu quel colpo sì feroce e strano,
     Che di rimbalzo in un masso percosse,
     E sfavillò, come di fuoco fosse.

191 Quando Margutte il vide sfavillare,
     Disse: Morgante, la cosa va gaia,
     Forse che cotto lo potren mangiare.
     Per quel che di quel sasso là mi paia,
     Noi gli faren del fuoco fuor gittare.
     Disse Morgante: Ogni prieta è focaia,
     Dove Morgante e ’l battaglio s’accosta:
     Sempre con esso ne fo a mia posta.

192 Ma tu che se’, Margutte, sì sottile,
     Ed hai condotte tante masserizie,
     Come non hai tu l’esca col fucile?
     Disse Margutte: Tra le mie malizie
     Nè cosa virtuosa nè gentile
     Non troverrai, ma fraude con tristizie.
     Disse Morgante: Piglia del fien secco:
     Vienne qua meco. E Margutte disse: Ecco.

193 Vanno a quel masso, e Morgante martella,
     Ch’arebbe fatto riscaldare il ghiaccio;
     Tal ch’a Margutte intruona le cervella,
     Sì che quel fien gli cadeva di braccio.
     Allor Morgante ridendo favella:
     Guarda se fuor le faville ti caccio.
     Margutte il fien per vergogna riprese
     E tennel tanto che ’l fuoco s’accese.