Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/424

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canto ventesimottavo. 421

82 Io lascio molte cose egregie e degne,
     Ch’io non posso seguir con la memoria,
     E in ogni parte ove fur le sue insegne
     Accompagnar d’una in altra vittoria;
     Ma se morte anzi tempo non ispegne
     Il vero lume a mostrar questa istoria,
     Con altro stil, con altra cetra e verso
     Sarà ancor chiara a tutto l’universo.

83 Or come avvien che il generoso core
     Cose magne ricerca infin se sogna,
     Così intervien che il nostro imperatore,
     Poi ch’egli ebbe Aquitania e la Guascogna,
     E liberata la Chiesa e ’l Pastore,
     Percosse nella eretica Sansogna,
     Ch’era più ch’altra regione allotta
     Dal culto falso de’ demon corrotta.

84 Questa guerra fu più laboriosa
     Che alcun’altra, per gli uomini strani,
     A cui molto la nostra fede esosa
     Era, ingannati dagli idoli vani;
     Gente crudele e molto bellicosa,
     Che dannava ogni legge de’ Cristiani;
     Carlo n’andò coll’esercito a furia,
     Per vendicar del suo Cristo la ingiuria.

85 Sì che, più volte alla fede redutti,
     Si ritornaron nello antico errore,
     Poi che gl’Idoli van furon distrutti
     Per la virtù del nostro imperadore;
     Pure alla fine battezzati tutti,
     Riconobbono il vero Redentore,
     E l’idolatria loro essere inganni:
     E così combattêr trentatrè anni.

86 Carlo poi per istatici domanda
     Diecimila di lor, come prudente,
     Ed ordinò che per tutto si spanda
     Pe’ paesi di Francia quella gente,
     E pe’ liti d’Ilanda e di Silanda:
     Così la lor perfidia finalmente,
     Diradicata come falsa legge,
     Aggiunse nuova torma alla sua gregge.