Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/428

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canto ventesimottavo. 425

102 Io non posso piangendo cantar versi,
     Tanto contrario è l’uno all’altro effetto;
     E pur convien che ’l cor lacrime versi,
     Quando quell’è da giusto duol constretto:
     Per tanti tempi e paesi diversi
     Ha fatto Carlo più ch’io non ho detto,
     Per la fede di Cristo e pel Vangelo;
     Ma tutto è scritto e registrato in cielo.

103 Quivi i meriti suoi saranno tutti,
     Quivi tutto vedrà nel santo volto,
     Quivi corrà del suo ben fare i frutti,
     Quivi sarà dal buon Gesù suo accolto;
     Quivi in canti fia sempre sanza lutti,
     Quivi il seggio regal mai sarà tolto,
     Quivi il pan gusterà che sempre piace,
     Quivi impetri per noi della sua pace.

104 Volea più oltre dir, certo, Alcuino;
     E dello acquisto del sepulcro santo,
     E com'egli andò in Grecia a Gostantino;
     Ma non potè, chè le lacrime e ’l pianto
     Del popol, che piangea così meschino,
     Occupavan la cetera col canto:
     E forse il braccio stanco era e l’archetto,
     Per la qual cosa sceso è del palchetto.

105 E come e’ fu quel sapiente sceso,
     Il popol ch’era prima stato attento,
     Un pianto seguitò molto disteso:
     Come fuoco talvolta pare spento,
     E sanza fiamma si conserva acceso,
     Poi si dimostra o per esca o per vento;
     Così intervenne dopo il dolce canto,
     Che tutto il popol rinnovoe il pianto.

106 Quivi eran le pulzelle scapigliate,
     Quivi avean le matrone il peplo in testa,
     Quivi piangeva tutta la cittate,
     Quivi si straccia ognun l’oscura vesta;
     Quivi son l’alte cose replicate,
     Quivi si loda la sua vita onesta;
     Quivi si batte alcun le palme intanto,
     Quivi si grida santo, santo, santo.