Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/89

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86 il morgante maggiore.

17 Ganellon ch’era malizioso e tristo,
     Diceva: Io son suo capital nimico,
     Ed è gran tempo già ch’io non l’ho visto:
     Di Carlo ha fatto ch’io non sia più amico;
     Io lo perseguo come Pagol Cristo,
     Però che ’l nostro sdegno è molto antico:
     Dunque io mi dolgo se t’ha fatto torto,
     E molto più del tuo fratel c’ho morto.

18 Ma ciò ch’uom fa per difender la vita,
     È lecito, e d’averne discrezione;
     Perch’io mi vidi la strada impedita,
     Io feci sol per mia difensione.
     E sì ben ebbe questa tela ordita,
     Che gli mutò di loro opinione;
     Ed accordàrsi di conducer quello,
     Dove era la lor madre, in un castello.

19 Era chiamata la madre Creonta,
     E Ganellone innanzi gli è menato;
     E ciò ch’è stato ogni cosa si conta,
     E come egli abbi il figliuolo ammazzato:
     E mentre ch’ogni cosa si raffronta,
     Evvi un pastore a caso capitato,
     Quel che provide sì tosto al capresto,
     E riconobbe ben chi fussi questo.

20 Quand’egli ha inteso ciò che si ragiona,
     Che Ganellone in carcer fussi messo,
     Sapeva come Orlando è in Babillona,
     Ed accostossi quanto potè appresso,
     E disse: Io vo’ camparti la persona;
     Sappi ch’Orlando è in Babillona: adesso
     Io vo a trovarlo, e sarò presto seco;
     E son colui che impiccai colui teco.

21 Gan fece vista non l’avere inteso,
     Perchè del suo parlar nessun s’accorse;
     E fu menato alla prigion di peso,
     Perchè la donna era rimasa in forse
     D’ucciderlo, o tenerlo così preso:
     Questo pastor la notte e ’l giorno corse,
     Tanto ch’a Babillona trovò Orlando,
     E del suo Ganellon gli vien contando.