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ch'ella era veramente. Grossissima preda sapevano essersi fatta in Nicosia, ancor più grossa, affermavano, aversi a fare in Famagosta: là essersi ritratte[1], là nascoste tutte le ricchezze degl'isolani, là le ricchezze dei Veneziani viaggiatori in Oriente. Sollevati[2] a così sonore voci, popoli e soldati turchi accorrevano a schiere colla speranza di arrichirsi dopo di aver soddisfatto col sangue l'immenso odio che nutrivano contro i cristiani. Dalla Caramania, dalla Cilicia, dalle sponde dell'Eufrate, dai più lontani recessi dell'impero ottomano venivano, chi per combattere, chi per aiutare i combattenti in quella famosa guerra. Narrasi, meglio di dugentomila Musulmani avere calcate le spiaggie[3] di Cipro a questo fine. Guastatori e zappatori[4] numeravansi quarantamila, combattanti più di settantamila, perciocchè nuovi si erano continuamente aggiunti, e fra di loro ventimila Giannizzeri[5], usi alle guerre e di estremo coraggio forniti. Avresti detto che tutto lo sforzo ottomano fosse raccolto sotto Famagosta, e che tutto lo sforzo cristiano avesse a raccogliervisi.
Forte di virtù, ma debole di numero, s'opponeva un presidio a sì smisurato contrasto settemilaquattrocento soldati, italiani, tremilacinquecento, Greci, cioè cerne[6] del paese, milaquattrocento, del distretto della città duemila, Stradisti cinquecento. Gli stimolava l'ardire natio, gli stimolava l'amore della patria.
C. Botta.
97. Coraggio delle donne e de' sacerdoti Famagostani.
Le donne stesse in così pietoso ufficio cogli uomini gareggiavano. Vedevansi di loro, o nobili o plebee, quattro compagnie portanti[7] con acceso studio le più