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| la zecca di fano | 121 |
la cosa per certa e in ogni modo non produce alcun documento per giustificare la sua asserzione[1].
È certo che le baiocchelle tengono il primo posto per la quantità e la varietà tra le monete di Sisto V, uscite dalla zecca di Fano. Eran queste monete di rame con pochissimo argento. Un saggio fatto praticare dal Pigorini dette per risultato per le baiocchelle di Fano il 19 per % di fino. Valevano 4 quattrini cadauna e ve ne volevano dieci per fare un giulio. Siccome il giulio era alla bontà di undici once ossia al titolo di 916.66 in modo che ogni giulio conteneva in media gr. 2.75 di fino, è evidente che il pubblico veniva indegnamente truffato poiché dieci baiocchelle, dato che in media pesassero un grammo cadauna, non contenevano più di gr. 1.90 o tutt’al più 2 grammi di argento fino. Il guadagno degli zecchieri e con essi del Governo che permetteva l’emissione di una moneta così scadente era grande, ma per ciò appunto non poteva durare, difatti in brevissimo tempo le falsificazioni inondarono lo Stato e, attesa la cattiva qualità della lega di quelle autentiche, non era più possibile distinguere le buone dalle false. Come primo provvedimento fu alzato il valore del giulio da 40 a 50 quattrini di modo che per ognuno di essi andassero non più dieci baiocchelle, ma dodici e mezzo. Il bando fu emanato alli 15 agosto del 1591[2], ma non valse a frenare l’ingordigia degli speculatori, perchè era ancora abbastanza largo il margine di guadagno che diventava anche maggiore per i falsificatori i quali abbassavano di più il titolo dei loro prodotti, tanto che in questi vi sono appena tracce di argento e mai più del 4.50 o 4.60 %[3].