Vai al contenuto

Pagina:Rivista italiana di numismatica 1899.djvu/137

Da Wikisource.

la zecca di fano 133

del loro e lo pregassero a non intralciare le pratiche avviate per ottenere la grazia. Siccome in ultimo il Comune ebbe ragione e il Santarelli con lettera del 1° luglio 1595 avvertiva che il Governatore aveva dato disposizione perchè i mille scudi in questione fossero devoluti a beneficio del pubblico, così è a credere che anche i Tomassini potessero condurre a buon porto la richiesta di grazia redimendo a contanti la pena come si usava allora di fare. E di ciò si ha una conferma nel vedere che la famiglia Tomassini continuò a godere l’antico prestigio, ciò che non sarebbe certamente avvenuto dopo una condanna infamante che l’avrebbe anche condotta alla miseria colla conseguente confisca di tutti i beni.


La zecca però non fu più riaperta; anzi Clemente VIII andò più oltre e commosso dalle adulterazioni della moneta, col breve «Paterna nostra» delli II luglio 1595, decretò la chiusura di tutte le officine monetarie dello stato all’infuori di quella di Roma e ciò appunto perchè in alcune di esse «era stata coniata moneta illegale di bontà e lega inferiore a quella prescritta, che per essersi sparsa in tutto lo stato ecclesiastico aveva recato non lieve danno e incomodo ai sudditi»[1].

Si può ritenere che il Comune, nel mandare Oratori al nuovo Pontefice Paolo V i cittadini Nolfo Nolfi e Antonio Negosanti, desse loro istruzioni perchè si adoprassero ad ottenere la riattivazione della zecca e ciò perchè, mentre la Bolla Pontificia, data li 13

  1. Moroni, Dizionario Storico di Erudizione Ecclesiastica, vol. CIII, Art. Zecca.