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| 144 | g. castellani |
lunque conio e paese dovevano valutarsi il trenta per cento di più del valore nominale[1].
Queste disposizioni si hanno a considerare come frutto della riunione indetta dalla Municipalità di Pesaro, perchè anche questa colle date medesime pubblicò eguali proclami[2].
I provvedimenti adottati parvero eccessivi, e un nuovo bando del 12 febbraio elevò alquanto il valore della moneta erosa lasciando per altro immutata la riduzione apportata alle monete di rame[3]. Queste anzi subirono nuovi ribassi. Il 25 marzo a Pesaro le madonnine furono ridotte a un baiocco e mezzo e i sanpietrini a un baiocco[4]; a Fano invece il 28 marzo veniva pubblicato il decreto dei Consoli della Repubblica Romana, col quale le cedole perdevano i tre quarti del loro valore, e le monete di rame la metà[5]. Giova osservare che Pesaro apparteneva ancora alla Repubblica Cisalpina e Fano alla Repubblica Romana, così che avvenne che, a brevissima distanza, pure fossero diverse le disposizioni che regolavano il corso delle monete.
Tra le vicende di queste sgraziatissime monete di rame abbiamo ricordo che servirono anche a caricare i cannoni a guisa di mitraglia[6].
II Cinagli, dopo accennate le diverse riduzioni di valore, ci ricorda che vennero totalmente abolite e tolte di corso con editto del cardinale Camerlengo del 31 dicembre 1801[7].
- ↑ Documento XXXVI.
- ↑ Pesaro nella Repubblica Cisalpina, Estratti dal Diario di Domenico Bonamini (1796-1799) pubblicati da Tommaso Casini. Pesaro, Stab. Federici, 1892, in-8, pag. 27-28.
- ↑ Documento XXXVII.
- ↑ Pesaro, ecc., pag. 43.
- ↑ Fano, ecc., II, pag. 13-14.
- ↑ Ivi, V, pag. 50.
- ↑ Cinagli, pag. 388 e 392.