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teatro, avidi di ascoltare le produzioni più oscene, scritte da illustri ingegni, come il Berni, il Caro, il Bibbiena, il Bembo, il Macchiavelli e più di tutti l’Aretino.



Dopo cinque anni di dimora, Bruno, mosso da quel suo desiderio innato di veder sempre nuove genti e nuove cose, lasciò anche Parigi e se ne andò a Londra, munito da commendatizie di re Enrico III pel barone Michele Di Châteauneuf de la Mauvissière, ambasciatore francese alla Corte di Elisabeta d’Inghilterra.

Il Mauvissière, che già conosceva per fama Giordano Bruno, lo accolse in casa sua, trattandolo colla libera prodigalità d’un vero Mecenate. Si deve alla ospitale cortesia di questo gentiluomo, se Giordano Bruno potè liberamente attendere, in Inghilterra, a’suoi studi e pubblicare i più bei libri che sieno usciti dalla sua feconda fantasia. Egli lavorava con serenità, non angustiato dal bisogno di procacciarsi l’esistenza, e veramente, a detta stessa del Bruno, gli anni che passò in casa dell’ambasciatore francese furono i migliori della sua travagliata esistenza.

Appena a Londra pubblica ii libro Excplicatio triginta sigillorum, dedicandolo al suo benefattore. Il suo spirito battagliero lo trae quindi a salire la cattedra della vecchia università di Oxford, dove le sue teorie, come al solito, trovano infiniti ammiratori, ma gli suscitano anche contro nemici fieri ed acerrimi.

In ispecie le sue lezioni sulla immortalità dell’anima e sulla quintuplice sfera accendono le ire degli scolastici.