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Pagina:Rufini - Il metodo di Archimede, 1926.djvu/10

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È probabile che il primo stimolo a questo studio teorico sia derivato dalle precedenti speculazioni cosmologiche dei filosofi ionici[1]. In altre parole, la concezione che ebbero della geometria i Pitagorici primitivi deve esser posta in relazione con la loro teoria circa la natura delle cose.

Ora è noto come una tale teoria sia riassunta nella formula «le cose sono numeri»; la quale formula, nel periodo più antico, voleva significare che la materia fosse costituita di punti materiali o monadi (μονάδες, unità aventi posizione) e che le differenze qualitative dipendessero soltanto dal numero e dalla posizione di quei punti. Questa interpretazione (suggerita dal Tannery) si potrebbe ancora meglio precisare, ove si vogliano ricollegare (come fa l’Enriques) le vedute pitagoriche alle idee di Anassimandro. Questi avanzò l’ipotesi che il sostrato naturale delle cose fosse una sostanza indeterminata, infinitamente diffusibile (τò ᾰπειρον); da questa ipotesi può derivare la struttura monadica della materia

  1. Sull’interpretazione da attribuire alla geometria pitagorica e all’opera di Parmenide e di Zenone il lettore può vedere, oltre l’opera di P. Tannery, i recenti studi di F. Enriques, che vengono qui largamente riassunti.