Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/25

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una miniera di carbone che arde 23


caniche che obbligavano gli esploratori a fare dei grandi giri, delle roccie altissime di granito eruttivo e di basalto, e degli ammassi considerevoli di lave alcune rosse rosse e altre di un giallo bellissimo che riflettevano i raggi delle lampade. Oltre a ciò, molto spesso s’aprivano delle grandi e profonde fessure, nel fondo delle quali s’udivano sempre correre, con un cupo muggito, dei furiosi torrenti che senza dubbio andavano a scaricarsi nel lago.

Salendo e ora discendendo, girando le rocce quando la scalata diventava impossibile e saltando i crepacci, dopo una buona mezz’ora gli esploratori si trovavano dinanzi ad una tenebrosa e molto larga galleria che correva verso il sud-est. Le pareti tagliate a picco erano di basalto e dalle vôlte pendevano dei cristalli di limpidissimo quarzo che scintillavano come diamanti sotto i raggi delle lampade.

— Dove si va? chiese Burthon.

— Sempre avanti, disse l’ingegnere.

— Dove ci condurrà questa galleria?

— Non lo so, ma in qualche luogo sbucheremo. To’, cos’è questo odore?

— Si direbbe che del carbone abbrucia, disse Morgan.

— E chi vuoi che abbruci del carbone? chiese O’Connor. Tu non hai naso, macchinista.

— Non m’inganno io, irlandese. Ho passato varii anni in mezzo ai carboni.

— Morgan ha ragione, disse l’ingegnere. Oh!... oh!...

Alzò la lampada e guardò in aria. Un fumo nerastro radeva lentamente la vôlta della galleria.

— Del fumo! esclamò.