Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/38

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36 capitolo xvii.


— La vicinanza di un vulcano, rispose l'ingegnere.

— Ah! Ma dove siamo noi?

— Ancora sotto il Messico. Imbarchiamoci, amici.

Tornarono al battello, sciolsero l'ormeggio e ripresero la navigazione dirigendosi sempre verso il sud con una lieve tendenza però verso il sud-sud-ovest.

Il fiume correva sempre rapidissimo senza piegare nè a destra nè a sinistra, stretto fra due rive piuttosto alte e rôse in mille differenti guise dalla furia delle acque. Di quando in quando, e quasi sempre da una ragguardevole altezza, cadevano con gran fragore dei torrenti che spruzzavano i naviganti e più spesso si scaricavano, ma sempre furiosamente, piccoli fiumi i quali urtavano in siffatta guisa il battello da gettarlo fuori della rotta. Durante la giornata O'Connor gettò parecchie volte le reti con la speranza di arricchire la dispensa di bordo di qualche bel pesce, ma senza alcun frutto. Senza dubbio quelle negre acque, impregnate ancora d'una non piccola quantità di petrolio, non ne avevano. Alle 8 pomeridiane l'ingegnere e O'Connor si coricarono per gustare un po' di sonno. Burthon e Morgan, che dovevano vegliare durante il primo quarto, accesero le pipe sedendosi l'uno a poppa, alla ribolla del timone e l'altro a prua con lo scandaglio in mano.

Verso le 10 Morgan, non senza una certa sorpresa, vide dei vapori piuttosto densi passare dinanzi alle due lampade che rischiaravano il battello. S'alzò e guardò a babordo e a tribordo, a prua e a poppa ma non vide alcun fuoco; cacciò una mano in acqua ma la corrente era tutt'altro che calda.