Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/39

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le acque bollenti 37


— Che ci sia qualche altro geyser? mormorò. Tese l'orecchio e rattenendo il respiro ascoltò con profonda attenzione, ma non udì nè alcun fischio, nè alcun brontolìo, nè alcun boato. La corrente del fiume che frangevasi con crescente furia contro le roccie, era la sola che facevasi udire.

— Odi nulla, Burthon? chiese allora.

— Nulla, rispose il meticcio, ma vedo passare dinanzi alle lampade delle nubi.

Morgan andò a svegliare l'ingegnere e lo informò della presenza di quei vapori.

— Accendi la macchina, Morgan, rispose sir John. Non si sa mai ciò che può accadere in queste oscure gallerie.

Il macchinista ubbidì e dopo quindici minuti avvertì l'ingegnere che l'elica era pronta a funzionare. Nel medesimo momento che diceva ciò, Burthon che erasi seduto a prua, avvertì un sordo brontolìo che veniva da lontano.

L'ingegnere, in preda ad una vaga inquietudine, tese gli orecchi raccomandando ai compagni di star zitti ed ascoltò. Verso il basso corso del fiume si udiva distintamente un brontolìo strano, inesplicabile, accompagnato di quando in quando da sordi boati.

— Cosa sta per succedere? si chiese.

I vapori, man mano che il battello s'avanzava, diventavano più fitti e il calore cresceva. Nondimeno le acque del fiume erano ancora fredde.

Quale sorpresa preparavano agli audaci avventurieri quei vapori? Erano vicini a delle grandi sorgenti d'acqua calda oppure a qualche vulcano in attività? Nessuno poteva dirlo.

Per dieci minuti ancora il battello si avanzò trascinato dalla corrente e spinto dall'elica, poi l'ingegnere comandò a Morgan.