Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/40

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38 capitolo xvii.


— Macchina indietro!

Le due rive del fiume, che da alcuni minuti si elevavano formando due sponde tagliate quasi a picco, si erano improvvisamente ristrette lasciando vedere una specie di porta non più larga di quattro metri, dalla quale uscivano, come spinte da una forte corrente d’aria, fitte masse di vapori.

Al di là di quella apertura s’udiva un sordo gorgolìo che gli echi della galleria ripetevano, accompagnato ad intervalli di cinque o sei minuti da boati sotterranei.

L'ingegnere prese una manovella, vi appese all'estremità una lampada e comandò a Morgan di dirigere il battello verso quella nera apertura.

Il macchinista ubbidi. L'Huascar, rollando vivamente per la furia estrema della corrente, s’avvicinò all'apertura, indi funzionando a contro-elica si mantenne quasi immobile. Sir John spinse subito innanzi la lampada e guardò.

Al di là di quella specie di porta si vedeva bollire una vasta distesa di acqua nerissima. E come bolliva! I vapori che s'alzavano erano così fitti da rendere difficile la vista di un oggetto qualsiasi a tre soli metri di distanza.

— Macchina indietro, comandò l’ingegnere.

L'Huascar lasciò l'apertura e si ritrasse nel fiume risalendolo per alcune centinaia di metri.

— Amici, avete del coraggio? chiese sir Jhon.

— Volete entrare in quelle acque bollenti? domandarono con terrore Burthon e O'Connor.

— È necessario.

— Ma usciremo vivi? chiese Morgan.

— Chi può dirlo? Giuochiamo una carta, Morgan.

Burthon, O'Connor e Morgan si guardarono in viso con ansietà. Quelle negre acque che bollivano e quei sordi boati che facevano tremare le vôlte