Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/48

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46 capitolo xvii.


occhio. I boati erano così forti che talvolta pareva che il suolo fosse lì lì per franare e le vôlte per crollare. Parecchie rocce malferme caddero con grande fracasso nel fiume ed una quasi quasi schiacciò il battello.

L’ingegnere, malgrado tuttociò conservava sempre un sangue freddo straordinario e comandava con voce tranquilla la manovra. Morgan, Burthon, e O’Connor erano invece atterriti, specialmente quest’ultimo.

Il 10 il battello continuò ad avanzare e i boati non cessarono un solo istante dal farsi udire. L’ingegnere notò, con una certa ansietà, che man mano l’Huascar saliva il fiume quei cupi fragori diventavano sempre più forti, che la temperatura sempre più aumentava e che l’aria diventava più pesante rendendo assai penosa la respirazione. Cominciò a diventare inquieto, però nulla lasciò trapelare onde non spaventare i compagni che erano già abbastanza scossi.

Alle 8 della sera il termometro segnava 39 gradi! Sir John, Morgan, Burthon e O’Connor si liberarono d’una parte delle vesti e fecero un bagno nelle acque del fiume che erano abbastanza fresche. Alle 10, appena l’Huascar ebbe superata una gran roccia che faceva descrivere al fiume una gran curva, s’udì Burthon gridare con accento di terrore:

— Del fuoco!.... del fuoco!....

L’ingegnere, O’Connor e Morgan si slanciarono a prua. Un vivo chiarore appariva a due chilometri di distanza, illuminando sinistramente l’estrema vôlta della galleria. Non si vedevano però nè lingue di fuoco nè alcuna nube di fumo.

— Signor Webher!... esclamò O’Connor, che era diventato pallido come un morto.