Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/50

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48 capitolo xviii.


più violenti. Sotto il fiume e dietro le pareti della galleria si sentivano correre dei prolungati muggiti i quali talvolta diventavano sì forti da temere che le rocce si spezzassero. Pareva che una forza espansiva, rinchiusa fra gli strati della terra, cercasse di irrompere e di rovesciare quelle gigantesche rupi le quali talvolta oscillavano.

Tre quarti d’ora dopo il battello lasciava la galleria ed entrava in una immensa caverna la cui vôlta era sostenuta da colonne immense. Un grido di stupore e anche di terrore irruppe tosto dal petto degli esploratori.

Quella caverna, che era larga non meno di due miglia e lunga quattro, era vivamente illuminata. Da un largo foro aperto sulla cima di una collina che rizzavasi sulla sponda sinistra del fiume, scendeva una luce rossastra mescolata a nubi di fumo nerissimo. E di là pure venivano fischi orribili, detonazioni spaventevoli che facevano traballare le rupi, boati tremendi che gli echi della gran caverna ripetevano incessantemente, scintille e ceneri.

— Dove siamo noi? chiese Burthon con voce soffocata.

— Vicini ad un vulcano, rispose l’ingegnere.

Poi volgendosi verso Morgan che non manifestava alcuna paura gli disse:

— Lassù c’è uno spettacolo magnifico da vedere, uno spettacolo che forse nessun abitante della terra ha visto. Ti piacerebbe assistere all’eruzione di un vulcano?

— Sì, sir John, rispose il macchinista.

— Verrai lassù?

— Sì.

— Ma voi volete morire asfissiati, disse Burthon.

— Indosseremo gli apparecchi Rouquayrol, ri-