Pagina:Salgari - I figli dell'aria.djvu/313

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il monastero di dorkia 273


— E gli abitanti?

— Sono così idioti da credere a tutte le panzane che smerciano i loro Lama.

— E come te la sbrigherai colla predica?

— Non lo so, Rokoff.

— Chi è, innanzi tutto, questo signor Budda?

— Un saggio, un illuminato nato a Ceylan che creò una nuova religione, non so precisamente se per convinzione o per detronizzare la triade indiana di Brahma, Siva e Visnù.

— Un brav’uomo?

— Certo, perchè predicò la pietà verso il prossimo non solo, bensì anche verso gli animali.

— Allora dirai che il paradiso di Buddha è pieno d’asini, di cavalli, d’insetti, di balene... un vero serraglio.

— Ah! Rokoff.

— Non preoccuparti. Facciamo colazione e vedrai che dopo riempito il ventre le idee scaturiranno in tale abbondanza da fare un predicone. Ah! se conoscessi il cinese vorrei far stupire perfino la Perla dei sapienti. Ci metterei perfino dentro il Don e i cosacchi delle steppe. Combineremo tutto insieme e...

— Ci farai prendere a legnate.

— E noi risponderemo a calci. —

Rokoff s’alzò e percosse furiosamente il gong, gridando:

— La colazione pei figli di Budda e per oggi non seccateci più le tasche. Siamo occupati a pregare Domeneddio, cioè no, l’Illuminato. —


CAPITOLO XXXI.

I Budda viventi.

I Tibetani, al pari di tutti i buddisti dispersi nell’India, nell’Impero cinese, nella Mongolìa e nel Turchestan, credono ciecamente alla trasmissione delle anime, ossia alla metempsicosi.

Per loro la morte non ha nulla di spaventevole, non essendo altro che un cambiamento di vita. L’uomo buono ritornerà presto sulla terra sotto forma di un altro essere più o meno identico, coi medesimi istinti e colle medesime doti; l’uomo cattivo riapparirà invece sotto forme animalesche: