Pagina:Satire (Orazio).djvu/112

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Nè il picciolo nè il grande ha dalla morte,
Dunque o mio caro, de’ tuoi giorno il corso
Breve rimembra, e finchè puoi, la vita
140Mena in grembo a’ piacer lieta e contenta.
Vinto da tai lusinghe il topo agreste
Agile salta fuor di casa. Entrambi
Ver la città si mettono in viaggio
Disiando rampar sovra le mura
145Chiusi fra l’ombre. Già la notte avea
Fatto mezzo il cammin, quando ambedue
Dentro ricca magion posero il piede.
Quivi splendeano sovra eburnei letti
Strati in porpora tinti, e molti avanzi
150Di sontuosa cena in bei canestri
Stavan riposti. Il cittadino topo
Fa l’agreste sedere agiatamente
Su porporin tappeto, e qual succinto
Servo qua e là discorre, e di vivande
155Copia incessante a lui dinanzi arreca,
Prima leccando, per seguir l’usanza
Cortigianesca, tutto ciò che appresta.
Quegli sdrajato si sollazza, e gode
Di sua mutata sorte. Ecco repente
160S’ode di porte un gran fragor, che feo