Pagina:Satire (Persio).djvu/111

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Fa conto di veder Diogene che sacrifica alle Grazie col bastone alla mano e maledicendo chi passa. Giovenale si avventa si fiero ai malvagi con cui se la piglia, che trucida di compagnia, ed infilza nel medesimo strale chiunque gli si para davanti contaminato di qualche vizio. Cosi ne’ suoi versi non frizzo, non parola, per cosi dire, che tutta non grondi di vivo sangue. Il suo stile è rovente, il suo pennello non disegna che grandi scelleratezze: egli considera la virtù come cosa morta del tutto, e pare ch’ei si reputi rimasto vivo egli solo per vendicarla. Ma v’è un punto di vista sotto il quale egli merita una peculiare attenzione. La poesia ha divinizzato sovente, pur troppo la tirannìa. Giovenale ha espiato questo delitto: egli ha saldato con la ragione il debito contratto da Virgilio ed Orazio.

Lo spirito umano che cerca irrequieto la novità, e si piace del paradosso, si è esercitato più volte nel panegirico dei mali che affliggono l’umanità. Non v’ha disastro oggimai nè morale nè fisico, che in tanta libidine di stravaganze non abbia trovato il suo lodatore. Si è deificata l’ignoranza, la pazzia, l’infedeltà. Sono state magnificamente encomiate la febbre, la guerra, la pestilenza; e acutissimi ingegni si sono seriamente occupati nel dimostrare analiticamente l’utilità delle pubbliche disavventure. Se ascoltiamo gli apologisti del lusso veruna cosa è più necessaria alla prosperità degli stati. Egli fa fiorire le arti, egli è l’anima del commercio, ei mette in circolo la ricchezza per tutte le classi de’ cittadini; il lusso in somma è la vita delle nazioni. Non è del mio istituto l’esaminare la solidità di questi principi; ma Giovenale che ci ha lasciata una viva e calda pittura delle orribili profusioni e scialacqui de’ suoi tempi infelici guardava certamente il lusso di altr’occhio che quello di Mandeville. Altronde il lusso di Domiziano e de’ potenti suoi schiavi, tutto sangue del popolo, e vicenda perpetua delle più nefande libidini, era ben altro che il lusso predicato da Stevart e da Hume, lusso circoscritto dalle leggi del pudore e dai sociali riguardi e dal rispetto dell’opinione. Perciò il dimandare nel caso di Giovenale moderazione di bile e atticismo di modi, egli è un pretendere ne’ lupanari della Suburra o nelle cene d’Atreo le Grazie d’Anacreonte.

Ma un’accusa gravissima si promuove da’ censori di Giovenale contro l’aperta oscenità di molti suoi versi. Cessi il cielo, ch’io di ciò prenda a scolparlo. Raccomanda male i costumi chi calpesta la