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pagnia di Pier Coccoluto Ferrigni detto Yorick e di altri capiscarichi, Carlo Lorenzini beveva a sorsetti l’assenzio e tagliava i panni addosso ai passanti, a imitazione di quei cinici dell’antica Atene che erano chiamati «sali», perché i loro commenti sapevano di sale.
D’inverno portava il tubino di feltro, d’estate il tubino di paglia. Lo portava o sulle ventitré, o calato sugli occhi, o ributtato sulla nuca. Aveva inventato una specie di linguaggio del tubino. Il tubino era un quinto arto della sua persona. Non se lo toglieva nemmeno a letto.
Lorenzini non andava a dormire se prima non aveva ricevuto la benedizione dalle mani di sua madre. Questa per parte sua non s’addormentava se non aveva sentito rincasare il suo Carlino. Ma perché Carlino rincasa cosí tardi?
Carlino era bevitore e giocatore. Le partite a terziglio si prolungavano tardi nella notte al Casino Borghese di via Ghibellina. I campanili delle chiese battevano le tre, quando dal letto a baldacchino ove se ne stava in angustia e con l’orecchio teso, Angiolina Orzali in Lorenzini udiva scricchiolare la porta di casa.
«Carlino?»
«Sí, mamma!»
Le gambe a fisarmonica e il tubino a sghimbescio,
Carlo Lorenzini traversa le camere, si va a inginocchiare davanti al letto della mamma.
«Sii benedetto, figliolo!»
«Hoòp!... Hoòp!...»
I vapori del Chianti fanno groppo nella gola di Carlino, si risolvono in piccole esplosioni.
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