Pagina:Schiaparelli - Scritti della astronomia antica, 1926.djvu/203

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192 rubra cunicula


Qui non v’è accenno a color rosso; anzi la forte scintillazione si potrebbe considerare come un argomento negativo, essendo certo, che le stelle bianche scintillano più fortemente che le altre, e specialmente più che le rosse.

Argomenti positivi invece si è creduto di trovare presso i diversi scrittori latini, che si occuparono a tradurre più o meno liberamente il poema d’Arato. In tesi generale è manifesto, che una traduzione accurata non può avere autorità maggiore che il suo testo, mentre una traduzione libera o negligente ha di certo un’autorità minore. Non è quindi permesso di appoggiarsi all’autorità di quei traduttori, se non in quanto si possa provare, che essi hanno corretto ed accresciuto il testo di Arato colla scorta delle loro proprie osservazioni intorno al colore di Sirio. Esaminiamo come si presenti la questione per ciascuno di loro. Le citazioni sono fatte qui sull’edizione di Buhle, e le pagine si riferiscono al secondo volume di essa1.

1. Cicerone rende così il passo di Arato relativo a Sirio (p. 13):

.... rutilo cum lumine claret.

Fervidus ille Canis, stellarum luce refulgens. Hune tegit obscurus subter praecordia venter. Nec toto spirans rabido de corpore flammam. Aestiferos validis erumpit flatibus ignes;

Totus ab ore micans iacitur mortalibus ardor.

L’epiteto rutilus nel primo verso è stato interpretato come equivalente di rosso o rosseggiante. Il confronto col testo greco mostra però che il rutilus sta qui a rappresentare il ποικίλος d’Arato, che ha tutt’altro senso. Inoltre si noti che nei tre primi versi si parla di tutta la costellazione del Cane, non già di una particolare stella, precisamente come in Arato. A Sirio specialmente si accenna nei tre ultimi versi, dove si dice, che non tutto il corpo del Cane spira fiamma e calore, ma solo la bocca (dove appunto è Sirio). Quanto alla parola rutilus notiamo subito che spessissimo è impiegata dai poeti latini per indicare semplicemente l’idea di luce viva o di splendore, senza designazione di colore speciale. Cicerone stesso dice della Vergine a p. 22:

  1. Aratea curavit, J. T. Buhle, Lipsiae, 1793 e 1801. Due vol. in 8°.