Pagina:Schiaparelli - Scritti della astronomia antica, 1926.djvu/215

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204 rubra cunicula

non ha dovuto trovarsi imbarazzato per così poco. È dunque a credere, che il passo citato d’Orazio non si riferisca neppure a Sirio: dato però e non concesso, che nella sua Canicula si dovesse ravvisar Sirio, nulla si sarebbe guadagnato per il color rosso di questo, anche astraendo dal significato molto vago che le parole ruber, rutilus etc. sogliono avere nei poeti latini secondo quanto abbiamo mostrato più sopra.

6. Seneca nel libro IY, c. 2 delle Questioni Naturali seguendo l’esempio di tanti altri scrittori, mette in correlazione il principio della cresciuta del Nilo col levare eliaco della Canicola: At Nilus ante ortum Caniculae augetur. Non si può dubitare ragionevolmente che qui si tratti di Sirio e non di Procione, quantunque il levare eliaco di queste due stelle sotto il parallelo di Siene accadesse allora proprio nel medesimo giorno. Il celebre passo (Quaest Nat. I, c. 1), quum acrior sit Caniculae rubor, Martis remissior, Iovis nullus... si dovrà pertanto applicare a Sirio più probabilmente che a Procione. Dato che esso rappresenti il risultato di una propria e vera osservazione, non ne verrebbe però ancora la conseguenza, che fosse realmente Sirio più rosso di Marte ai tempi di Seneca.

Infatti, se l’autore di tale osservazione constasse esser stato una persona perita delle osservazioni celesti, essa costituirebbe un documento decisivo. Trattantosi però di un uomo degno si di rispetto per molti titoli, ma della cui familiarità coll’aspetto del cielo è lecito dubitare, non sarà rigore soverchio il differire un giudizio definitivo; il quale dovrà coordinarsi con quello che sarà per risultare dall’esame complessivo di tutte le testimonianze. Negli antichi scrittori infatti non sono infrequenti allusioni a fenomeni astronomici così espresse, da costringere il lettore ad ammettere qualche abbaglio grave1.

  1. Un tal caso per esempio sembra esser accaduto ad Euripide, quando affermò (Ifigenia in Aulide versi 6-8) che Sirio è vicino alle Plejadi, mentre realmente erano e son distanti fra loro quasi 60 gradi, cioè un terzo di tutta l’ampiezza del cielo visibile; sembra esser accaduto a Plinio, quando affermò (Ilist. Nat. XVIII, c. 29) che Procione precede il Cane nell’occaso eliaco, mentre ai suoi tempi lo seguiva di circa un mese; e sembra esser accaduto ad Ovidio, quando afferma (Fasti IV, v. 924) che il Cane ha il suo levare eliaco alla fine di aprile, mentre ai suoi tempi lo faceva dopo la metà di luglio. Una vera disperazione pei commentatori sono i versi 237-238 libro IV delle Georgiche, dove Virgilio finge che le Plejadi al tramonto fuggano inseguite da un Pesce celeste; il quale poi non è visibile sull’orizzonte in alcun canto. Infatti è agevole convincersi