Pagina:Schiaparelli - Scritti della astronomia antica, 1926.djvu/289

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278 sui parapegmi o calendari

Il lettore vedrà subito, che indicazioni così specializzate non possono essere che il risultato di vere ed effettive osservazioni. Si noti ancora l’uso (abbastanza frequente) delle frasi per lo più e qualche volta; si noti l’alternativa posta in certi giorni fra uno stato di cose od un altro stato assai diverso. Questi sono indizi manifesti, che un medesimo osservatore in diversi anni notò per quel medesimo giorno costituzioni diverse d’atmosfera. Il che (sia detto per incidenza) suppone un’attenzione continuata per un certo numero d’anni.

Così stando le cose, sarebbe ridicolo credere, che i grandi osservatori sullodati pubblicassero le loro episemasie come profezie determinanti per l’avvenire lo stato del cielo nei singoli giorni. Se Eutemone, scrivendo sotto il 295° giorno a partir dal solstizio estivo pioggia con grandine, avesse preteso di annunziare la ripetizione annuale di tal fenomeno in quel preciso giorno, il più sciocco contadino avrebbe saputo burlarsi di lui. Lo stesso diciamo del combattimento di venti annunziato da Ipparco sotto il 363° giorno. Essi sapevano quanto noi, che il periodo dei fenomeni atmosferici segue quello del Sole soltanto in modo generale ed approssimativo; le loro notazioni (nè più nè meno che le nostre normali della pressione o della temperatura) erano date come notizia di ciò che era stato osservato in passato, atta a fornire un criterio presuntivo di ciò che poteva aspettarsi por l’avvenire. Su questo non lascia alcun dubbio un notevole passo di Gemino (Elementi d’Astronomia, capo XIV) che mi pare utile riportare testualmente.

«Le predizioni delle episemasie, che si fanno nei par’apegmi, non sono determinate da precetti sicuri, nè con arte