Pagina:Schiaparelli - Scritti della astronomia antica, 1926.djvu/291

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
280 sui parapegmi o calendari

corso del Sole, ma concorrono per lo più a determinarlo la Luna ed i cinque pianeti. E Plinio scrive (Hist. Nat., lib. XVIII, cap. 25): Accedit confessa rerum obscuritas, nunc praecurrente, nec paucis diebus, tempestatum significatu, quod προχειμάζειν Graeci vocant, nunc postveniente, quod ἐπιχειμάζειν; et plerumque alias citius, alias tardius cæli effectu ad terram deciduo; vulgo serenitate reddita, confectum sidus audimus.

Se pertanto, oltre all’intrinseca probabilità che al verificarsi delle episemasie deriva dall’esser queste il risultato di osservazioni effettive fatte negli identici giorni dell’anno solare, aggiungiamo ancora i larghi limiti di tolleranza, che abbiamo veduto testé concedersi alla loro interpretazione; nessuna maraviglia ci farà il vedere per più secoli nomini di tanto senno scientifico occuparsi a perfezionarle per ridurle a viepiù grande certezza. Meno ancora ci stupiremo della grande popolarità di cui esse godettero per tanto tempo così presso i Greci, come presso i Romani. Il discutere con criterio lucido ed imparziale la verità di una teoria non fu mai cosa da tutti e non lo è neppure adesso; e quando la così detta opinione pubblica ha preso una direzione, storta quanto si voglia, difficile è sempre ricondurla al vero; prova ne sia la fiducia inesplicabile, con cui tante persone di mente sana e di sottile giudizio considerano anche oggi le fasi lunari come indizio delle mutazioni del tempo, e di cento altri fatti della natura.

Senza dubbio alcuno gli antichi parapegmatisti considerarono i fenomeni del levare e del tramonto delle stelle come semplici segnali annunziatori del variare delle stagioni e dell’atmosfera, senza supporre fra gli uni e gli altri alcun nesso causale. Ma l’opinione popolare non si arresta a certe distinzioni, che sembrano così naturali allo scienziato. Il post hoc, ergo propter hoc ebbe sempre una gran parte nella logica degli uomini. Accettate dunque le episemasie come frutto di certa scienza, si venne poco a poco anche a considerarle come effetti dell’influsso degli astri che poco prima eransi levati o avean fatto tramonto la mattina o la sera. A questo deplorabile risultato contribuirono le espressioni più o meno allegoriche impiegate dai poeti nel parlare di tali argomenti. Tutta la poesia greca e latina è piena di allusioni al tale o tale astro, che produce tempeste, pioggia, siccità od altro ancora. Nè diversamente è accaduto nella moderna; abbiamo pur testé udito il Monti descrivere con orrore