Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/17

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telegrafi dello stato 13


ciato Carolina, la serva che mi voleva bene e mi aiutava....

— Impostale.

— Non ho soldi pei francobolli: e mi vergogno di mandarle senza. Chissà, Galante, la nostra inserviente, potrebbe aiutarmi.... —

Erano innanzi al palazzo Gravina: severo palazzo bigio, di vecchio travertino, di architettura molto austera. Pareva, ed era, molto antico: certo aveva visto succedersi, dietro le sue muraglie profonde, casi lieti e casi truci, feste di amore e congiure di ambizione, dolci affetti umani e feroci passioni umane. Ora le sue stanze terrene, sbarrate ermeticamente sulla via, si aprivano al pubblico, sotto il portico, nell’interno del cortile e servivano da uffici postali: intorno ai suoi finestroni larghi e alti, sugli spigoli dei suoi muri oscuri, era una fioritura verticale di funghi bianchi, gli isolatori telegrafici di porcellana, da cui partivan tutti quei fili sottilissimi, dieci, dodici da una parte, tre da un’altra, quattro o cinque da una terza, trama leggera che si stende sul mondo. Sul balcone centrale, dietro il largo scudo di metallo, dove si legge: Telegrafi dello Stato, un uomo fumava, appoggiato all’inferriata, guardando il cielo mattinale.

— Chi è, quello? — chiese Maria Vitale.

— È Ignazio Montanaro: sarà stato di servizio questa notte. —

Per il largo scalone, Cristina Juliano le raggiunse, le salutò, senza fermarsi. Sembrava un brutto uomo, vestito da donna, col suo grande corpo sconquassato, troppo largo di spalle, troppo lungo di busto, senza