Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/176

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172 nella lava


gente, ella che bella, giovane e povera, volontariamente aveva voluto sposare un vecchione schifoso e ricco, e i più benevolenti la compativano, sì, ma non la trovavano poi tanto infelice, con tutti quei quattrini, e i più severi l’accusavano d’ingordigia, la ritenevano per una venduta del matrimonio. Ella sapeva bene che lo aveva fatto per pietà della propria famiglia, immersa in una decente ma crescente miseria, pei suoi fratelli pieni d’ingegno che avevano bisogno di denaro per prendere le professioni onorevoli e lucrose: ma a chi raccontare tutto questo? E anche, perchè raccontarlo? Lasciava che la gente la tenesse per la più venale delle donne, datasi ad un cadavere, per i gioielli e le stoffe di cui la copriva; e il nobile sacrifizio della sua vita lo compiva nel silenzio, nel giudizio, ingiusto del pubblico.

Sulla soglia dello stanzone Arturo Ajello, era comparso, col soprabito chiuso delle domeniche, con un bottone di camelia bianca all’occhiello e guardava nella sala, per vedere chi ci fosse: astutamente, senza averne l’aria, Enrichetta Caputo era scivolata fra i gruppi per accostarsi a lui, mentre Federico Pietraroia, il filodrammatico, declamava il Pranzo in famiglia, di Arnaldo Fusinato.

— È per me quella camelia? — chiese sottovoce Enrichetta.

— È per te — disse lui, levandola dall’occhiello e dandogliela, ma non dopo una lieve esitazione.

Ella riattraversò la sala, questa volta gloriosamente, portando in trionfo la sua camelia: un rumorìo nasceva, le sedie erano respinte sino al muro, le ragazze