Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/43

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telegrafi dello stato 39


grazia. Adelina Markò andava al San Carlo; Olimpia Faraone andava a ballare anche lei. La direttrice prometteva di dirlo, d’intercedere: non poteva far altro; ma erano troppi i permessi. Tutte quelle che li avevano chiesti, ora, guardavano continuamente verso la porta donde soleva entrare il direttore. Era un piemontese severo, talvolta duro, che comandava alle telegrafiste come a un plotone di soldati, e la cui collera fredda e il rigore settentrionale, sgomentavano le più audaci. Egli pranzava, da vero allobrogo, al Wermouth di Torino in piazza Municipio, e dopo capitava sempre in ufficio, per il controllo serale: entrava sempre di sorpresa, arrivava alle spalle, non salutava che la direttrice e ronzando attorno ai tavolini delle macchine, vedeva tutti i ritardi, le disattenzioni, le trascuranze, le macchine insudiciate di inchiostro azzurro stampante, i tasti troppi alti, quelli troppo bassi, i registri mal tenuti, i fogli di carta telegrafica disordinati. A bassa voce guardando bene negli occhi l’ausiliaria, egli faceva in pochissime parole l’osservazione: l’ausiliaria chinava gli occhi, non rispondeva, cercava subito di riparare il proprio errore. Sulle prime, qualcuna aveva tentato scusarsi; ma egli girava sui tacchi, le voltava le spalle e tirava via, come se non avesse udito, non ammettendo, per principio, che si discutesse con lui. Di giorno, col sole, questo direttore pareva meno terribile; ma di sera, nella penombra, con quegli occhi nerissimi e fieri d’inquisitore, con quel suo ronzare fra le macchine, con quella voce cheta cheta, che non voleva risposta, con quel suo abbrancare improvviso del registro, del tasto, dei dispacci, fermi, egli aveva qualche cosa di