Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/51

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telegrafi dello stato 47


licenziava, senz’altro: — cioè se avevano la disgrazia di restar telegrafiste sino a quarant’anni, il Governo le metteva sulla strada, vecchie, istupidite, senza sapere fare altro, consumate nella salute e senza un soldo. Tutte quelle lagnanze sorde che correvano negli animi giovanili incapaci di sopportare il giogo burocratico, salivano alle labbra, amarissime, e tentavano lo spirito delle più serene: tutti i piccoli torti, tutte le piccole ingiustizie, tutte le piccole sofferenze, prendevano voce, si rinfocolavano nel ricordo, gli spiriti depressi si sollevavano in quel flusso di parole, in quelle frasi che venivano ripetute venti volte, in quelle doglianze monotone come un ritornello. In casa di Caterina Borrelli discutevano, Annina Pescara, Adelina Markò, Maria Morra, Sofia Magliano: in casa di Olimpia Faraone complottavano Peppina Sauna, Peppina De Notaris, Ida Torelli. Le amiche si davano convegno, per mettersi d’accordo. Si litigava dappertutto, fra quelle feroci e quelle miti: fra le ribelli aggressive che consigliavano di non andarci punto in ufficio, per lasciare i superiori nell’imbarazzo, e le ribelli passive che intendevano solo prestare il servizio ordinario. I parenti, i fidanzati, gli amici s’interessavano a quella grande questione, parteggiavano chi per una ribellione intiera, chi per un contegno indifferente, nessuno consigliava il servizio straordinario. Le ausiliarie si sentivano pregate dalla direzione, si sentivano le più forti: volevano mostrare di aver carattere.

Ma quando fu il giorno e l’ora della firma, sotto quel grande foglio bianco, avvenne un curioso fenomeno psicologico, tutta una rivoluzione in quegli spi-